Leggende di Serle - Ristorante la Betulla

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La Leggenda della Principessa di Castello
Narra la leggenda, che al tempo delle dame e dei cavalieri, il Castello qui ubicato fosse usato come residenza estiva dai signori della città.
Tra queste dame, spiccava in fascino ed eleganza la Principessa di Castello, così chiamata. La sua bellezza, che faceva perdere il senno al più nobile dei cavalieri, fu la causa della sua rovina. Si racconta che le altre dame, invidiose del suo fascino, la rinchiusero in un'ala della torre e infine la murarono viva con i suoi diademi e gioelli.
La poveretta, rinchiusa senza via di fuga, perse la ragione. Impazzì e, con le ultime forze rimaste cercò una via per la salvezza. Scavò un cunicolo, che si dice porti direttamente al monastero di San Bartolomeo. La leggenda vuole che la povera Principessa riuscì un'ultima volta a vedere la luce del sole, prima di spirare per la grande fatica e i morsi della fame.

Questa è una leggenda, ma esiste un manoscritto, attualmente in Norvegia, che parla del castello, e siamo in attesa che ci venga consegnato per contiuare la nostra ricerca.
La leggenda del Marenello di Serle
Si narra che un monaco di nome Benedictus, del Monasterium de Sancti Petri in Montem Aursino, all’inizio della bella stagione, venisse convocato dal proprio Priore Albertus de Cenatho per ricevere l’incarico di andare a riscuotere le rendite dei terreni del Monasterio in Monte de Serlis.
Assecondando ciecamente o, fors’anche con diletto, l’alto ufficio assegnatogli, il buon monaco, avvalendosi di due servitori e di un somarello, discese le pendici del monte sotto un sole cocente che nemmeno la fitta vegetazione riusciva a mitigare.
Giunti alle prime abitazioni, sfiniti e quasi privi della minima salivazione, vennero dai villici dissetati e poi ritemprati con fresche amarene e decotti d’erbe di monte e di spirito di vino
Ristorati che furono, ripresero il cammino tra i numerosi casolari, riempiendo le bisacce di ottime amarene e di esilarante acquavite che agli abati sarebbe servita per preparare decotti e balsami vari.
Calate le prime ombre della sera, l’allegra brigata prese per i sentieri che portavano al cenobio ma, complice una luna assente ed i fumi dei numerosi decotti, il cammino si fece sempre più arduo finché l’asinello, messa una zampa in fallo, sdrucciolò lungo un declivio tra i numerosi calanchi rocciosi, trascinando con sé anche gli allegri compagni.
Il tonfo fu inevitabile, come inevitabile fu anche la fuoruscita ti tutto il carico; a nulla valsero i tentativi di risalire la china: il risultato era un ulteriore capitombolo verso il fondo pietroso.
Più per sfinimento che per assennatezza, i quattro si lasciarono cadere tra le braccia di Morfeo senza porre resistenza alcuna; l’alba li trovò ancora addormentati e, nel medesimo stato li trovarono anche alcuni confratelli inviati dal Priore, in angustie per l’inconsueto indugiare.
Recuperato il tutto, sventurati e soccorritori ripartirono alla volta del Monasterio dove si accorsero che nelle bisacce era rimasto un liquido rossastro che sapeva di grappa e seduceva per la dolcezza dell’amarena.
Dopo aver filtrato il tutto e riempite alcune ampolle, Benedictus portò il liquido all’analisi dell’abate Albertus che lo giudicò ottimo e adatto quale balsamo per bronchi e polmoni cagionevoli, denominandolo MARENELLUS DE SANCTI PETRI, giunto fino ai giorni nostri con il semplice nome di Marenello di Serle.
 
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